Dominazione in dungeon o in salotto?

Caro Diario Femdom

Per molto tempo, quando pensavo alla dominazione, non pensavo a spazi dedicati.
Chi mi legge fin dai primi racconti lo sa bene. Nelle mie fantasie non avevo mai immaginato un luogo dedicato alla dominazione. Nella mia testa il contesto in cui emergeva la dominazione femminile era sempre quotidiano.

Una casa, un ufficio, contesti apparentemente neutri, attraversati da dinamiche che non hanno bisogno di essere dichiarate per essere reali. Situazioni di vita quotidiana che, spesso attraverso un dettaglio, uno sguardo o un gesto, assumono una piega eccitante. Ho sempre cercato contenuti che raccontassero questo tipo di controllo: non quello messo in scena, ma quello che si insinua nella normalità e la trasforma dall’interno.
Con questo non voglio dire che la dominazione in una stanza dedicata come il dungeon sia meno “reale”. Ci sono diverse ragioni che possono portare una persona a preferire un contesto all’altro, a partire dal gusto personale ma passando anche per il tipo di pratiche da eseguire.

Come dicevo, il dungeon, per anni, non ha fatto parte del mio immaginario.
Non per rifiuto, ma per distanza. Era qualcosa che associavo a un’esperienza separata, programmata, circoscritta. Un luogo a sé, con regole chiare e un inizio e una fine ben definiti. Per me invece la dominazione era sì circoscritta nel tempo, limitata a determinati momenti della giornata (pur imprevedibili e sempre diversi), ma non lo era nello spazio. Non ho mai avvertito un interesse verso il dungeon, forse anche perché non mi è mai interessato andare in sessione a pagamento. Non è superbia, forse anzi è un mio limite, ma il presupposto di esser lì per una prestazione a pagamento mi fa scendere tutta l’eccitazione. Sono molto mentale nel vivere queste situazioni. Per questo anche se magari la Mistress è anche presa bene dalla situazione che si crea, resta comunque quel limite nella mia testa.

C’è anche da dire che il dungeon è spesso legato alle sessioni, sovente a pagamento. Nulla contro questo tipo di dinamiche, anzi personalmente auspicherei una reale possibilità di riconoscere questo lavoro come accade in altri paesi europei, ma appunto non sono il mio. Si potrebbe aprire una riflessione sulle sessioni a pagamento ma non voglio andare fuori tema. Magari te ne parlerò in un altro momento.

Il dungeon dicevo l’ho scoperto più tardi, quando ho iniziato a frequentare alcune donne che fanno le prodomme. Pur non vivendolo come cliente, ho iniziato a frequentarli per girare contenuti, entrando in contatto con quel mondo, ascoltandolo, osservandolo, cercando di capirlo.

Ed è lì che ho iniziato a guardarlo in modo diverso.

Il dungeon è uno spazio potentissimo. È protetto, rituale, dichiarato.
Per molte persone è un vero e proprio parco giochi, soprattutto quando si parla di perversioni molto specifiche che hanno bisogno di strumenti, ambientazione, preparazione. In quel contesto, il potere è chiaro, netto, riconoscibile. L’esperienza di dominazione viene definita nel tempo e, in questo caso, anche nello spazio. Si va in dungeon a divertirsi esattamente come si va al supermercato per fare la spesa.

Ma proprio per questo, per me, è sempre rimasto leggermente distante.

Non perché manchi di intensità. Ma perché il controllo, lì dentro, è concesso. È cercato, organizzato, contenuto. Sa di sessione. Anche quando è profonda, anche quando è vissuta con serietà.

La dominazione che mi ha sempre colpito di più è un’altra.

È quella che non interrompe la vita, ma la attraversa.
Quella che può manifestarsi in casa senza bisogno di cambiare abiti. In un ufficio, in una dinamica professionale, in uno scambio ordinario che, a un certo punto, smette di esserlo. Parte da una situazione di equilibrio di potere che poi viene spezzato a favore della donna sfruttando le mie “debolezze” e le mie passioni.

È un controllo che non ha bisogno di abiti ricercati per essere credibile, né di una stanza insonorizzata per essere efficace.
È un potere che non viene acceso e spento: si normalizza.

Forse è questo il punto che, per me, fa davvero la differenza.

Il dungeon amplifica. La quotidianità sedimenta.

Nel dungeon il potere è concentrato, visibile, rituale.
Nel quotidiano è più ambiguo, più sottile, ma anche più persistente. Non ha confini netti, non ha un tempo prestabilito. E proprio per questo tende a radicarsi più a fondo.

Questo non significa che uno sia più autentico dell’altro. Significa che parlano a desideri diversi. Desideri che talvolta si incrociano (mi è capitato di andare in camere “attrezzate” per divertimento anche al di fuori delle riprese).

Io so solo dove, personalmente, ho sempre riconosciuto il controllo che lascia il segno più duraturo. Ho sempre legato la dominazione e l’adorazione della donna al quotidiano e alle mie relazioni nate come “vanilla”.

Ma non ho una risposta definitiva. E non credo nemmeno che debba esserci.

Per questo sono curioso di sapere cosa ne pensi tu.

Ti eccita di più un potere dichiarato, rituale, confinato in uno spazio preciso? Oppure una dominazione che si insinua nella vita quotidiana, senza bisogno di essere annunciata?

Se ti va, raccontalo nei commenti. Anche poche righe.

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